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Come usare Claude Code il primo giorno: cosa affidargli e quali permessi non dargli

Come usare Claude Code il primo giorno: cosa affidargli e quali permessi non dargli

Quasi nessuno abbandona Claude Code perché non funziona. Lo abbandona perché il primo giorno gli ha dato il compito sbagliato, «rifammi questa app», «sistema tutto il backend», ha visto uscire un risultato mediocre in venti minuti, e ha concluso che l’hype era hype. Poi c’è il gruppo opposto: quelli che al terzo prompt hanno premuto invio su una scorciatoia per non vedere più le richieste di permesso, e due ore dopo si sono trovati file cancellati che nessuno aveva chiesto di cancellare.

Questa guida sta esattamente lì: dopo la decisione di provarlo e prima dell’abbandono. Non è una traduzione della documentazione, quella esiste già ed è ottima. È l’ordine dei passaggi che funziona il primo giorno, il compito giusto da dare per primo, e soprattutto la parte che quasi nessuno in italiano tratta davvero: come usare Claude Code senza dargli più potere di quanto serva. I comandi riportati qui sono verificati sulla documentazione ufficiale ad agosto 2026: le versioni cambiano in fretta, e un comando copiato da un tutorial di un anno fa è il primo motivo per cui l’installazione fallisce.

In questo articolo scoprirai:

  • Cosa serve avere pronto prima di lanciare il primo comando
  • Installazione di Claude Code: i comandi in ordine, su Mac, Linux e Windows
  • Il primo compito da dargli: perché «rifammi l'app» è l'errore che fa abbandonare
  • Quello che non gli affiderei il primo giorno
  • Permessi di Claude Code: cosa lasciargli toccare e dove mettere il confine

Cosa serve avere pronto prima di lanciare il primo comando

Claude Code non è un plugin dell’editor e non è un autocompletamento più intelligente. Il manuale di freeCodeCamp lo inquadra bene: «non è un autocomplete più furbo, è un agente: un sistema che legge il tuo codice, ragiona su cosa va fatto, scrive e modifica file, esegue comandi». Questo cambia i prerequisiti. Non ti serve un editor configurato: ti serve un progetto vero, un terminale e un modo per tornare indietro.

La lista minima, prima di installare qualsiasi cosa:

  1. Un terminale aperto, su macOS il Terminale, su Windows PowerShell o WSL, su Linux quello che usi già.
  2. Un account attivo: un abbonamento Claude Pro, Max, Team o Enterprise, oppure un account Claude Console con credito prepagato. Senza uno dei due, l’installazione riesce ma la prima sessione si ferma al login. Se non sai quale delle due strade conviene al tuo uso, il confronto sta nella nostra guida ai costi delle API di Claude rispetto all’abbonamento.
  3. Un progetto con git inizializzato. Questo è il punto che salta la maggior parte dei tutorial ed è quello che conta di più: git è il tuo tasto annulla. Un agente che modifica dieci file in una cartella non versionata è un agente le cui modifiche non sai come togliere.
  4. Quaranta minuti senza riunioni. Il primo giorno non si fa in cinque minuti fra due call, perché la parte lenta non è l’installazione: è capire che cosa ha senso delegargli.

Dove gira Claude Code, oltre al terminale

Vale la pena sapere anche dove altro vive lo strumento, perché il terminale non è l’unica strada: la documentazione ufficiale elenca versione web, app desktop, estensione VS Code, JetBrains, Slack e integrazione in CI/CD con GitHub Actions. Se il terminale ti spaventa, la CLI resta comunque il posto dove si capisce meglio cosa sta succedendo, ed è il motivo per cui questa guida parte da lì. Se invece ti manca il quadro generale su cosa sia il modello sotto, la nostra guida completa a Claude AI copre il contesto, e quella sugli agenti AI e su come funzionano davvero spiega perché un agente si comporta diversamente da un chatbot.

Installazione di Claude Code: i comandi in ordine, su Mac, Linux e Windows

L’installazione nativa è oggi il metodo raccomandato da Anthropic e ha un vantaggio pratico non piccolo: si aggiorna da sola in background. Ecco i passaggi, uno alla volta.

Passo 1, installa. Su macOS, Linux e WSL:

curl -fsSL https://claude.ai/install.sh | bash

Su Windows PowerShell:

irm https://claude.ai/install.ps1 | iex

In alternativa, con Homebrew su Mac (brew install --cask claude-code) o con WinGet su Windows (winget install Anthropic.ClaudeCode). Attenzione a una differenza che si paga più avanti: le installazioni via Homebrew e WinGet non si aggiornano da sole, servono brew upgrade claude-code o winget upgrade Anthropic.ClaudeCode a mano.

Passo 2, verifica. Un solo comando:

claude --version

Deve stampare un numero di versione seguito da (Claude Code). Se stampa altro, non andare avanti: risolvi qui.

Passo 3, entra nel progetto e avvia. Questo è il passaggio che decide i permessi di tutta la sessione, e lo vedremo fra poco:

cd /percorso/del/tuo/progetto
claude

Passo 4, accedi. Al primo avvio si apre il browser. Se non si apre, premi c per copiare l’URL di login e incollalo a mano. Per cambiare account più avanti, /login dentro la sessione.

Claude Code su Windows: PowerShell, CMD o WSL

Su Windows nativo la documentazione consiglia di avere installato Git for Windows, altrimenti Claude Code ripiega su PowerShell come shell e alcuni comandi si comportano diversamente. Se sbagli console te ne accorgi subito dai messaggi: The token '&&' is not a valid statement separator significa che sei in PowerShell mentre stai usando il comando per CMD; 'irm' is not recognized è l’errore opposto. Il prompt te lo dice: PS C:\ è PowerShell, C:\ senza PS è CMD. Chi lavora già in WSL non ha bisogno di Git for Windows.

Il primo compito da dargli: perché «rifammi l’app» è l’errore che fa abbandonare

Qui si gioca tutto. Il primo compito che quasi tutti danno è il più grande che gli viene in mente, perché è quello che si vuole verificare: «riesce a costruirmi una cosa intera?». È il modo più veloce per ottenere un risultato deludente e smettere.

Il primo compito giusto non è scrivere codice. È farsi spiegare il progetto. Dentro la sessione, prova letteralmente:

what does this project do?

e poi dov'è il punto di ingresso?, spiegami la struttura delle cartelle. Serve a due cose insieme: vedi come l’agente naviga il codice senza che tu gli passi i file a mano, e, soprattutto, capisci quanto ha capito. Se sbaglia a descrivere il tuo progetto, sai già che non può modificarlo bene.

Dalla spiegazione alla prima modifica scritta da Claude Code

Passo successivo: una modifica piccola e verificabile. Non «aggiungi l’autenticazione»: «aggiungi la validazione dell’input al form di registrazione». Una cosa che puoi guardare e dire sì o no in trenta secondi. Il manuale di freeCodeCamp raccomanda per gli esordienti progetti web proprio per questo: «scrivi file, apri il browser e vedi il risultato, il ciclo di feedback è veloce e inequivocabile».

C’è un dato che vale la pena tenere presente proprio il primo giorno. Uno studio randomizzato di METR su 16 sviluppatori esperti e 246 issue reali ha misurato che, con gli strumenti AI, quegli sviluppatori hanno impiegato il 19% di tempo in più, mentre erano convinti di essere andati il 20% più veloci. Non è un verdetto contro gli agenti (gli autori sono espliciti nel dire che non dimostra che l’AI non aiuti la maggior parte degli sviluppatori), ma è la migliore ragione esistente per misurare invece di fidarsi della sensazione nelle prime settimane.

Ultima cosa sul primo compito: fallo pianificare prima di farlo scrivere. Basta chiudere la richiesta con «non scrivere ancora codice» per ottenere un piano da approvare, ed è una delle raccomandazioni esplicite delle best practice pubblicate da Anthropic. Vale anche il modo in cui formuli la richiesta, le regole della nostra guida al prompt engineering valgono qui più che altrove, perché un agente amplifica sia la qualità sia i buchi delle tue istruzioni.

Quello che non gli affiderei il primo giorno

Scegliere il compito è più difficile che eseguire il comando, e il fallimento del primo giorno nasce quasi sempre da qui. Il manuale di freeCodeCamp elenca quattro categorie da non dare in pasto a un agente che lavora in autonomia, e sono esattamente le quattro che un principiante sceglie per prime: compiti ambigui o sotto-specificati, decisioni architetturali che richiedono giudizio, lavori in cui un malinteso si propaga a cascata, e qualunque cosa tocchi sistemi in produzione senza una revisione umana in mezzo.

I quattro lavori da tenere fuori dal primo giorno con Claude Code

Tradotto in pratica, il primo giorno terrei fuori:

  • Le migrazioni di database e tutto ciò che tocca la produzione. Nel luglio 2025 l’agente di Replit ha cancellato un database di produzione durante un blocco esplicito delle modifiche: 2.402 record fra dirigenti e aziende, con l’agente che poi ha ammesso di aver «violato istruzioni esplicite». La lezione non è che il modello si è comportato male: è che il blocco esisteva solo nelle istruzioni, e niente nel percorso di esecuzione lo faceva rispettare.
  • Il repository aziendale con i segreti dentro. Il primo giorno si sceglie un progetto di cui non ti importa niente, o una copia.
  • Le scelte che avresti fatto diversamente. Se non sai dire perché una soluzione è giusta, non saprai riconoscere quando quella proposta è sbagliata, e con un agente questo è il fallimento più costoso, perché il codice sbagliato funziona abbastanza da entrare in main.
  • Il refactoring di file che non hai mai letto. Vale anche al contrario: l’autore di Builder.io racconta di un componente React da 18.000 righe che «nessun agente AI è mai riuscito ad aggiornare tranne Claude Code». Ma lui quel file lo conosceva.

Permessi di Claude Code: cosa lasciargli toccare e dove mettere il confine

È la parte che decide come finisce il tuo primo giorno, ed è quella che quasi nessuna guida tratta.

I confini che Claude Code ha già di suo

Prima di configurare qualcosa, conviene sapere in che modalità sei partito, e qui c’è la sorpresa più grande. La documentazione sulle modalità di permesso, nella tabella «Which mode a session starts in», è esplicita: su piano Pro, Max o Team, da terminale o con l’estensione VS Code, la modalità di partenza è auto, cioè «Everything, with background safety checks». Non sola lettura: l’agente agisce, e a rivedere le sue azioni è un secondo modello. Restano in Manual (default) soltanto Enterprise, le API key della Console, claude -p e l’Agent SDK, più la primissima sessione dopo un’installazione o un aggiornamento. Se vuoi vedere ogni azione prima che accada, devi chiederlo tu: claude --permission-mode default, oppure permissions.defaultMode nel file di impostazioni.

C’è poi il confine più importante e meno conosciuto, e quello vale in ogni modalità: Claude Code può scrivere soltanto nella cartella da cui l’hai avviato e nelle sue sottocartelle, e non tocca i livelli superiori senza permesso esplicito. È il motivo per cui il cd del passo 3 non è una formalità: quella riga definisce il raggio d’azione dell’agente per tutta la sessione. Avviarlo dalla home significa dargli la home.

Altre protezioni attive senza fare nulla, elencate nella pagina sulla sicurezza: i comandi che scaricano dal web come curl e wget non sono mai auto-approvati; le richieste di rete richiedono conferma; il web fetch gira in una finestra di contesto separata proprio per non far entrare istruzioni ostili nella conversazione; alla prima esecuzione in un repository sconosciuto viene chiesta una verifica di fiducia, che però è disattivata quando lanci in modalità non interattiva con il flag -p. Vale la pena ricordarselo, perché è la modalità che si usa negli script.

Le due impostazioni di permesso da sistemare il primo giorno

Uno: impara il tasto delle modalità. Shift+Tab cicla fra le modalità di permesso. La modalità piano fa proporre senza scrivere; acceptEdits approva automaticamente le modifiche ai file, e qui c’è il dettaglio che nessuno ti dice: in quella modalità sono auto-approvati anche alcuni comandi di filesystem, mkdir, touch, mv, cp, sed e rm. L’auto-approvazione vale solo per i percorsi dentro la working directory o le cartelle elencate in additionalDirectories, ma dentro quel perimetro sì, anche rm. Se hai attivato acceptEdits perché eri stanco di confermare, hai anche detto sì alle cancellazioni. Sulle modalità più recenti, incluso il controllo automatico che valuta le azioni al posto tuo, abbiamo un pezzo dedicato a la modalità Auto e i permessi degli agenti.

Due: non usare la scorciatoia che ti verrà consigliata. Girando fra i tutorial troverai il flag che salta tutte le richieste di permesso, l’autore di Builder.io lo raccomanda apertamente per non «tornare cinque minuti dopo e trovarlo fermo a chiedere: posso modificare questo file?». È una posizione difendibile per chi ha anni di pratica e un ambiente isolato. Il primo giorno no. E soprattutto: su Pro o Max quel flusso continuo di conferme oggi non c’è, quindi il problema del primo giorno non è saltare i permessi, è sapere in quale modalità sei partito. Te lo dicono /status e la barra di stato, ⏵⏵ auto mode on oppure ⏸ manual mode on. Se poi vuoi solo togliere di mezzo le conferme sui comandi che usi sempre, la strada è metterli in lista con /permissions, non spegnere il semaforo.

Claude Code e la trifecta letale: il rischio che nasce dagli strumenti esterni

La terza cosa da sapere il primo giorno non è un’impostazione, è una combinazione. Simon Willison la chiama «trifecta letale»: accesso a dati privati, esposizione a contenuti non fidati e possibilità di comunicare verso l’esterno. Presi singolarmente sono innocui; insieme sono una fuga di dati che si attiva da sola, perché il modello «non segue soltanto le nostre istruzioni».

Un agente che legge il tuo repository, apre una pagina web e può fare una chiamata di rete ha tutti e tre gli ingredienti, ed è la configurazione più comune, non un caso limite. È anche il motivo per cui vale la pena essere selettivi con gli strumenti esterni che gli colleghi: se stai valutando di aggiungerne, parti da il Model Context Protocol con cui si collegano gli strumenti, perché ogni server che aggiungi allarga la superficie di attacco senza che nessuna richiesta di permesso te lo segnali in modo evidente.

Gli inciampi delle prime ore, e come si scavalcano

Sono sempre gli stessi quattro o cinque, e la pagina ufficiale di troubleshooting li mappa uno per uno.

command not found: claude subito dopo l’installazione. Non è fallita l’installazione: è il PATH che non include ancora la cartella dell’eseguibile. Chiudi e riapri il terminale prima di provare qualsiasi altra cosa, nella maggior parte dei casi basta.

syntax error near unexpected token '<', oppure un 403. Vuol dire che il comando di installazione ha ricevuto una pagina HTML invece di uno script: quasi sempre è un proxy aziendale o un filtro di rete in mezzo. Non insistere a rilanciare, cambia metodo di installazione.

Login, credenziali e contesto: gli inciampi meno ovvi di Claude Code

Il login non torna indietro dal browser. Succede sistematicamente in WSL2, nelle sessioni SSH e nei container, perché il browser non riesce a raggiungere il server locale di callback. La soluzione è già prevista: il browser mostra un codice, tu lo incolli nel terminale al prompt che lo chiede.

Hai un abbonamento ma ti conta l’API. Se in ambiente è impostata la variabile ANTHROPIC_API_KEY, quella ha la precedenza sull’abbonamento una volta approvata, e ti ritrovi a consumare credito prepagato senza capire perché. unset ANTHROPIC_API_KEY e poi /status per verificare quale credenziale è attiva. Se invece i limiti sembrano più stretti del previsto, il discorso è un altro e lo abbiamo affrontato a proposito dei limiti di utilizzo di Claude.

Le risposte peggiorano dopo un’ora. Non è il modello che si stanca: è la finestra di contesto che si riempie di roba vecchia. Due abitudini risolvono quasi tutto: /clear ogni volta che cambi argomento («non ti serve tutta quella cronologia che si mangia i token», scrive Builder.io) e l’apertura di una sessione nuova quando il contesto è al 40-50%. E ricorda che per fermarlo si preme Esc, non Ctrl+C: Ctrl+C ti fa perdere la sessione.

Un’ultima nota di realismo: il repository pubblico di Claude Code ha migliaia di issue aperte, in gran parte su funzioni avanzate. È uno strumento che si muove molto in fretta. Se qualcosa si comporta in modo strano, prima di dare la colpa a te stesso vale la pena cercare lì.

Dal «l’ho fatto girare sul portatile» al passaggio in azienda

Il primo giorno finisce bene quando hai fatto una modifica piccola, l’hai capita, e sai esattamente cosa l’agente poteva e non poteva toccare. Il passo successivo, quello che quasi sempre arriva una settimana dopo, è: se funziona per me, come lo do a un team?

La differenza fra i due mondi non è la licenza: è che in azienda i permessi non possono essere una scelta individuale. La documentazione su identità e accessi prevede impostazioni gestite centralmente per imporre standard organizzativi, configurazioni di permesso condivise via controllo di versione, container di sviluppo per isolare l’esecuzione e metriche OpenTelemetry per monitorare l’uso. Sono le stesse quattro leve che servono per non ritrovarsi con dieci sviluppatori e dieci politiche di sicurezza diverse. E se la domanda che arriva dall’alto è «quanto ci stiamo guadagnando», il punto di partenza è lo stesso di ogni adozione di AI generativa: quando l’AI generativa non genera ROI, il problema quasi mai è la tecnologia.

Da usare Claude Code a costruire agenti sui processi dell’azienda

C’è poi il salto successivo, che è di natura diversa: smettere di usare un agente e cominciare a costruirne uno sui processi dell’azienda, l’assistenza, la revisione del codice, l’elaborazione di documenti. Lì non si parla più di CLI ma di Agent SDK, e la domanda diventa quanto di quel lavoro si può fare in casa: ne abbiamo discusso in Claude Agent SDK per PMI: quando serve un partner. Nel frattempo, se vuoi consolidare le basi in modo strutturato, Anthropic pubblica un corso ufficiale gratuito pensato proprio per chi non ha mai usato un agente di programmazione.

Una raccomandazione finale, che è la sintesi di tutto il pezzo: il primo giorno non serve a scoprire quanto è potente lo strumento. Serve a scoprire dove va messo il confine. La potenza si vede da sola nelle settimane successive; il confine, se non lo decidi tu il primo giorno, non lo decide più nessuno.

Fonti:

Domande frequenti

Che differenza c'è tra Claude e Claude Code?

Claude è il modello, quello a cui accedi da web, app desktop o mobile come farebbe un chatbot. Claude Code è invece l'agente che gira nel terminale: legge il repository, modifica i file ed esegue comandi sulla tua macchina. Proprio perché agisce sul tuo computer ha un sistema di permessi proprio, che decide cosa può toccare e cosa deve farsi approvare.

Serve saper programmare per usare Claude Code?

Per installarlo e farsi spiegare un progetto no: basta saper aprire un terminale. Serve però per giudicare se il codice che produce è corretto, ed è quella la competenza che decide se lo strumento ti fa guadagnare o perdere tempo. Lo studio randomizzato di METR ha misurato sviluppatori esperti il 19% più lenti con gli strumenti AI mentre si sentivano più veloci: senza la capacità di valutare l'output, non te ne accorgi.

Quanto costa usare Claude Code?

Serve un abbonamento Claude Pro, Max, Team o Enterprise, oppure un account Console a consumo con credito prepagato. Quale delle due strade convenga dipende dal volume di utilizzo: il confronto dettagliato è nella nostra guida ai costi delle API di Claude rispetto all'abbonamento.

Come si annulla una modifica che Claude Code ha già scritto sui file?

Con git, ed è il motivo per cui il repository va inizializzato prima di avviare l'agente. Usa git diff per vedere esattamente cosa è cambiato e git checkout o git restore sul singolo file per tornare indietro. Senza un progetto versionato non esiste un annulla affidabile: le modifiche dell'agente restano lì e devi disfarle a mano.

Claude Code funziona su Windows?

Sì, in tre modi: PowerShell con il comando irm https://claude.ai/install.ps1 | iex, il prompt dei comandi CMD, oppure WSL. Su Windows nativo è raccomandato avere Git for Windows installato, altrimenti viene usato PowerShell come shell e alcuni comandi si comportano diversamente. È disponibile anche via WinGet e attraverso l'estensione per VS Code.

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