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Perché ChatGPT è sempre più usata come terapista?

Negli ultimi mesi si sta diffondendo un fenomeno tanto inedito quanto significativo: sempre più giovani scelgono di confidarsi con chatbot come ChatGPT per affrontare dubbi, paure ed emozioni legate alla vita quotidiana.

A rivelarlo è un’indagine condotta da Skuola.net su un campione di 2.000 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni dove il 15% dei partecipanti dichiara di utilizzare l’intelligenza artificiale per sfogarsi, chiedere consigli o cercare conforto emotivo.

Il fenomeno si inserisce in una storia peculiare tra ChatGPT e l’utenza italiana, iniziata proprio nel 2023 con il blocco italiano e la petizione per ripristinarlo.

Un dato che, se da un lato evidenzia il potenziale dell’AI come strumento di supporto, dall’altro solleva interrogativi importanti sul suo ruolo all’interno delle dinamiche personali e relazionali.

Quanto è sicuro (e opportuno) delegare alla tecnologia aspetti così delicati della propria sfera emotiva?

Per chi vuole capire come adottare l’AI in modo responsabile quando si trattano dati personali sensibili, la conformità GDPR è il punto di partenza.

1. Giovani e AI: le ragioni della confidenza

Per molti giovani, l’intelligenza artificiale rappresenta un rifugio accessibile e discreto. Non tutti possono permettersi un percorso psicoterapeutico tradizionale e così, l’AI, in questo contesto diventa una forma di ascolto alternativa, sempre disponibile e (almeno in apparenza) priva di ostacoli relazionali.

Le ragioni più comuni che spingono a sceglierla al posto di un percorso tradizionale sono:

  • La disponibilità continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (Il 38%)
  • La possibilità di gestire un percorso di auto-aiuto in autonomia (31%)
  • La sensazione di ricevere un parere obiettivo e razionale sulla propria situazione, non influenzato da emozioni o pregiudizi altrui (28%)

Uno dei temi maggiormente sentiti, però, è quello legato al giudizio. Molti ragazzi, infatti, dichiarano di sentirsi più liberi nell’aprirsi con un’AI piuttosto che con una persona reale, perché l’interazione con un algoritmo viene percepita come più sicura, meno carica di aspettative e priva di quel filtro sociale che spesso ostacola la comunicazione autentica.

2. ChatGPT terapista: implicazioni psicologiche

L’indagine ha analizzato anche l’impatto soggettivo dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto psicologico.

I risultati, almeno in apparenza, sono molto positivi poichè il 17% degli utenti afferma che la propria vita è migliorata sensibilmente grazie all’abitudine di confrontarsi con l’AI, un ulteriore 34% ha percepito un miglioramento, seppur lieve, della propria quotidianità e solo il 2% segnala un peggioramento del proprio stato mentale.

Eppure, dietro questi dati positivi si nascondono rischi rilevanti, spesso sottovalutati.

Uno dei segnali più allarmanti è la tendenza a sviluppare una dipendenza dal confronto con l’AI: uno su tre tra gli utilizzatori abituali riferisce di esserne diventato dipendente.

A questo si aggiunge la costruzione di un legame emotivo profondo, che può portare sia ad una visione distorta delle relazioni umane, sia con sè stessi. Alcuni utenti dichiarano, infatti, di provare un senso di connessione ricorrente durante le “sedute”, mentre oltre la metà degli utenti preferisce confidarsi con l’AI piuttosto che con amici o familiari.

Questa continuità è diventata anche tecnica: ChatGPT può ricordare le conversazioni precedenti, così le “sedute” non ripartono più da zero a ogni accesso.

Ma il dato forse più preoccupante di tutti riguarda il grado di fiducia attribuito ai consigli dell’intelligenza artificiale: il 6% degli intervistati sarebbe disposto a seguirli ciecamente, anche su decisioni rilevanti per la propria vita, mentre un ulteriore 49% lo farebbe se ritenesse il consiglio “logico”.

Questi numeri suggeriscono la nascita di un rapporto intimo ma potenzialmente fuorviante con la tecnologia, che rischia di sostituire (purtroppo) invece di affiancare l’esperienza umana, generando effetti ancora difficili da prevedere sul piano psicologico, relazionale ed emotivo.

Se ti interessa approfondire come si evolverà il mondo del lavoro grazie all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei diversi settori ti consigliamo di leggere il nostro articolo: L’AI sostituirà completamente il lavoro umano?

3. Privacy e ChatGPT: rischi della confidenza

Poche settimane fa Sam Altman, CEO di OpenAI, ha espresso preoccupazione proprio rispetto all’utilizzo di ChatGPT in ambito terapeutico. In una recente intervista rilasciata durante una puntata del podcast This past weekend with Theo Von, Altman ha dichiarato:

“Le persone parlano delle cose più personali della loro vita a ChatGPT. Lo usano, soprattutto i giovani, come terapeuta, come life coach. Ma se parli con uno psicologo, un medico o un avvocato, esiste la riservatezza professionale. Questo non accade con ChatGPT.”

Attualmente non esiste un quadro legale che garantisca la confidenzialità delle conversazioni tra utente e AI. In caso di procedimento legale, infatti, OpenAI potrebbe essere obbligata a fornire le trascrizioni di quanto richiesto dall’utente. Altman ha sottolineato come tutto ciò sia “sbagliato” e come la società civile non abbia ancora affrontato questa tematica con la dovuta attenzione.

Una riflessione che chiama in causa non solo l’etica, ma anche la responsabilità delle aziende e delle istituzioni nell’adozione e nella regolamentazione di strumenti sempre più sofisticati e integrati nella vita delle persone.

4. Conversazioni su ChatGPT indicizzate da Google

Una nuova crepa nella tutela della privacy si è aperta proprio a ridosso delle recenti dichiarazioni di Sam Altman: alcune conversazioni generate su ChatGPT e condivise pubblicamente sono state indicizzate da Google, diventando accessibili a chiunque tramite una semplice ricerca online.

Molti utenti non ne erano consapevoli, ma bastava digitare site:chatgpt.com/share seguito da una parola chiave per accedere a centinaia di dialoghi resi pubblici attraverso l’interfaccia di ChatGPT. Tra questi, contenuti riguardanti la salute mentale, scelte professionali, bozze riservate o richieste di supporto personale sono stati esposti pubblicamente, senza autenticazione né avvisi di riservatezza, rendendo visibili prompt estremamente sensibili a occhi estranei.

Non si è trattato di un attacco informatico, ma del normale funzionamento della piattaforma dove, una volta generato un link pubblico, la pagina risultava pienamente accessibile e indicizzabile dai motori di ricerca, in assenza di protezioni tecniche o di avvertimenti chiari rivolti all’utente.

A poche ore dalla diffusione della notizia, OpenAI è intervenuta dichiarando di aver rimosso la funzionalità che permetteva agli utenti di rendere pubbliche le conversazioni. L’azienda ha definito questa opzione un “esperimento di breve durata”, riconoscendo che: “ha introdotto troppe opportunità per le persone di condividere accidentalmente contenuti che non intendevano condividere”.

Sebbene la funzione sia stata prontamente disattivata, l’episodio rappresenta un campanello d’allarme significativo. Affidare all’AI aspetti sensibili della propria vita senza garanzie solide in termini di privacy e protezione dei dati può esporre a conseguenze impreviste, talvolta gravi.

In un’epoca in cui il digitale è parte integrante della sfera personale, questo richiamo alla prudenza non può essere ignorato.

5. AI strumento o sostituto dei professionisti

L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi velocmente, offrendo risposte sempre più puntuali, personalizzate e convincenti. Ma, soprattutto nei contesti sensibili come la salute mentale, la consulenza legale o le scelte strategiche aziendali, non può essere considerata un’alternativa autosufficiente all’intelligenza umana.

Affidarsi esclusivamente all’AI senza le giuste tutele significa esporsi a rischi reali psicologici, relazionali e, come dimostrano i recenti eventi, anche legati alla protezione dei dati personali o le allucinazioni.

È fondamentale utilizzare strumenti sviluppati con una chiara governance della privacy, conformi al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) e progettati per garantire la riservatezza delle informazioni trattate.

Noi del team di Mimír AI Agent crediamo profondamente che la tecnologia debba essere un’alleata dell’uomo, non una sua sostituta. E proprio per questo motivo mettiamo al centro la sicurezza, la trasparenza e il rispetto dei dati di chi sceglie la nostra piattaforma

Con Mimír AI Agent, l’intelligenza artificiale supporta le persone nello svolgimento delle attività a basso valore strategico, liberando tempo e risorse per ciò che davvero conta: la creatività, la strategia, la relazione.

Perché l’AI può fare molto, ma solo se supportata dagli esseri umani, soprattutto in ambiti delicati come la medicina o la psicologia dove la relazione e lo studio del caso specifico, necessitano ancora l’intervento di un professionista.

Mimír AI Agent, la nostra piattaforma multi-agente, ha l’obiettivo di alleggerire le risorse umane da tutte quelle mansioni ripetitive e a basso valore strategico che gli impediscono di dedicarsi a ciò che ha maggior impatto sull’evoluzione del business: la creatività, la strategia e le relazioni.

L’AI può e deve essere uno strumento potente. Ma solo se guidata da valori, consapevolezza e competenze umane.

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Fonti

Domande frequenti

Perché ChatGPT è sempre più usata come terapista?

Per molti giovani l'intelligenza artificiale rappresenta un rifugio accessibile e discreto: non tutti possono permettersi un percorso psicoterapeutico tradizionale, così l'AI diventa una forma di ascolto alternativa, sempre disponibile e in apparenza priva di ostacoli relazionali, a cui confidarsi per dubbi, paure ed emozioni della vita quotidiana.

Quanti giovani usano l'AI per supporto emotivo?

Secondo un'indagine di Skuola.net su un campione di 2.000 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni, il 15% dei partecipanti dichiara di utilizzare l'intelligenza artificiale per sfogarsi, chiedere consigli o cercare conforto emotivo, segnale di un fenomeno tanto inedito quanto significativo tra le nuove generazioni.

Quali rischi per la privacy comporta confidarsi con ChatGPT?

I rischi sono concreti: lo stesso CEO di OpenAI, Sam Altman, ha espresso preoccupazione sull'uso di ChatGPT in ambito terapeutico, sottolineando l'assenza di tutele paragonabili al segreto professionale. Inoltre alcune conversazioni condivise pubblicamente su ChatGPT sono state indicizzate da Google, diventando accessibili a chiunque tramite una semplice ricerca, una crepa importante nella tutela dei dati personali.

L'AI può sostituire uno psicoterapeuta?

No. L'AI continuerà a evolversi offrendo risposte sempre più puntuali e convincenti, ma in contesti sensibili come la salute mentale, la consulenza legale o le scelte strategiche non può essere considerata un'alternativa autosufficiente all'intelligenza umana: manca della responsabilità, della relazione terapeutica e delle garanzie che solo un professionista qualificato può offrire.

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