L’India AI Impact Summit 2026 si è concluso a Nuova Delhi con un risultato diplomatico storico: 88 Paesi e organizzazioni internazionali hanno firmato la New Delhi Declaration on AI Impact, un documento che vuole ridisegnare il modo in cui il mondo governa e distribuisce i benefici dell’intelligenza artificiale. Al summit erano presenti i CEO di OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Google, impegni di investimento per oltre 250 miliardi di dollari e, inevitabilmente, qualche tensione geopolitica.
Impegni finanziari di questa portata riportano al centro il tema della quotazione in borsa dei grandi laboratori: abbiamo raccolto lezioni SpaceX sulle IPO AI.
In questo articolo scoprirai:
- Cos’è successo al primo grande summit AI nel Global South
- Cosa prevede la Dichiarazione di Nuova Delhi e i suoi 7 pilastri
- Quali investimenti sono stati annunciati e da chi
- Perché USA e Cina si sono distanziate dall’accordo
- Cosa significa per le aziende europee e italiane
Il Summit che ha fatto la storia
Dal 16 al 20 febbraio 2026, il Bharat Mandapam di Nuova Delhi ha ospitato il primo grande summit sull’intelligenza artificiale organizzato nel Global South. Una scelta deliberata dell’India del Primo Ministro Narendra Modi: per la prima volta, non sono stati i Paesi del G7 o l’Unione Europea a dettare l’agenda globale sull’AI, ma una nazione emergente con 1,4 miliardi di persone e una reputazione crescente nel settore tecnologico.
Il summit ha attratto delegazioni da oltre 100 Paesi. Tra i CEO presenti: Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google DeepMind), Sundar Pichai (Google) e Mukesh Ambani (Reliance Industries). L’evento ha avuto toni trionfalistici, miliardi di dollari di investimenti, promesse di trasformazione digitale globale, ma non sono mancate le note critiche, sia dall’interno dell’industria sia dalle organizzazioni per i diritti civili.
La Dichiarazione di Nuova Delhi: i 7 Chakra
Il documento centrale del summit, la New Delhi Declaration on AI Impact, è stato firmato da 88 Paesi e organizzazioni internazionali. Si tratta del più vasto accordo multilaterale raggiunto sul tema dell’AI, almeno in termini di numero di firmatari.
Il principio guida è il motto sanscrito “Sarvajan Hitaya, Sarvajan Sukhaya” (Benessere per tutti, Felicità per tutti): l’idea che i benefici dell’AI debbano essere distribuiti in modo equo tra tutta l’umanità, non soltanto tra i Paesi tecnologicamente avanzati.
La dichiarazione è strutturata attorno a sette pilastri, denominati simbolicamente “Chakra”:
- Democratizzare le risorse AI (accesso aperto a dati, modelli e infrastrutture)
- Promuovere crescita economica e beneficio sociale
- Garantire sistemi AI sicuri e affidabili
- Espandere l’AI nella ricerca scientifica
- Aumentare l’accesso per l’emancipazione sociale
- Sviluppare il capitale umano (formazione e upskilling)
- Costruire infrastrutture AI resilienti ed efficienti dal punto di vista energetico
Tra le iniziative concrete annunciate: la Charter for the Democratic Diffusion of AI, il Global AI Impact Commons e il Trusted AI Commons, tre framework per espandere l’accesso all’AI nei Paesi in via di sviluppo, scalare casi d’uso ad alto impatto sociale e promuovere sistemi AI degni di fiducia, rispettando la sovranità digitale nazionale.
I miliardi sul tavolo: gli investimenti annunciati
Il Ministro IT indiano Ashwini Vaishnaw ha dichiarato che gli impegni infrastrutturali legati al summit hanno superato i 250 miliardi di dollari in totale. Un numero che, sebbene vada interpretato con cautela, si tratta di annunci su orizzonti pluriennali, dà l’idea della portata del momento.
Gli annunci più significativi:
- Microsoft ha confermato di essere «sulla buona strada» per investire 50 miliardi di dollari entro fine decennio per portare l’AI nei Paesi a basso reddito, con un impegno specifico di 17,5 miliardi per espandere cloud e infrastrutture AI in India, parte di un piano da 50 miliardi per il Global South entro il 2030.
- Adani Group ha annunciato 100 miliardi di dollari per costruire data center AI alimentati da energie rinnovabili in India entro il 2035, a cui si aggiungono altri 150 miliardi in aree collegate: produzione di server, infrastruttura elettrica avanzata e piattaforme cloud sovrane.
- OpenAI ha annunciato partnership con il Tata Group per sviluppare capacità AI in India.
- Blackstone ha partecipato a un round da 600 milioni di dollari per Neysa, un’infrastruttura AI indiana.
Il quadro complessivo riflette un cambiamento strutturale: l’India non è più soltanto un mercato di esportazione di talenti tech, ma un attore strategico nell’ecosistema globale dell’intelligenza artificiale generativa.
I protagonisti: Altman, Amodei e il momento diventato virale
Tra gli episodi più discussi del summit c’è stata la fotografia di gruppo dei leader politici e tech e ciò che è successo al momento di tenersi per mano.
Sam Altman e Dario Amodei, che guidano le due aziende AI più in concorrenza al mondo, non si sono uniti alla catena di mani che il Primo Ministro Modi stava cercando di formare per la foto istituzionale. I due hanno invece alzato i pugni, visibilmente a disagio. La scena è diventata virale sui social media in poche ore. Altman ha poi spiegato di essere stato «confuso» e di non aver capito cosa stesse succedendo.
Al di là dell’aneddoto, i CEO presenti hanno lanciato messaggi convergenti: la superintelligenza arriverà entro pochi anni, e la priorità deve essere democratizzare lo sviluppo AI per evitare un nuovo divario digitale tra Nord e Sud del mondo. Hassabis di Google DeepMind e Altman si sono detti ottimisti sulla possibilità di applicare l’AI per risolvere problemi storici come la povertà energetica e le malattie rare, temi particolarmente rilevanti per il pubblico del summit, che includeva decine di Paesi in via di sviluppo. Sul nodo dei consumi, in particolare, Altman ha difeso l’impronta energetica dell’AI, sostenendo che un suo utilizzo consuma quanto un essere umano.
La frattura sulla governance AI globale
Il summit ha messo in evidenza una spaccatura geopolitica profonda sul tema della governance dell’AI, destinata a diventare una delle principali questioni di policy tecnologica del decennio.
Gli Stati Uniti, pur rientrando tra i firmatari della New Delhi Declaration, hanno preso le distanze dall’idea di una governance globale centralizzata dell’AI. Michael Kratsios, consigliere della Casa Bianca, ha dichiarato che Washington “rifiuta totalmente la governance globale dell’AI”, sostenendo invece un modello basato su sovranità tecnologica nazionale, infrastrutture indipendenti e supply chain considerate “sicure”. La posizione americana si inserisce nel contesto dell’approccio più ampio dell’amministrazione Trump, orientato a evitare vincoli multilaterali e a privilegiare l’innovazione guidata dal settore privato.
Anche la Cina, presente nel perimetro dell’accordo e indicata tra i firmatari nelle coperture stampa, rappresenta un attore con una visione distinta su regole, standard e controllo delle tecnologie strategiche.
La dichiarazione di Nuova Delhi ottiene una base diplomatica ampia, ma non risolve (e anzi rende più visibile) la competizione tra modelli di governance: quello più multilaterale e “valoriale” sostenuto da molte democrazie e Paesi emergenti, e quello più centrato su sovranità e sicurezza nazionale promosso dalle grandi potenze.
Sul piano dei numeri, questa competizione ha già un primo verdetto tecnologico: nel 2026 i modelli open source cinesi hanno superato quelli statunitensi su Hugging Face, un dato che pesa sul confronto tra i due modelli di governance appena descritti.
Il risultato è che la New Delhi Declaration, pur raccogliendo 88 firme, resta un documento non vincolante: un segnale politico importante e un tentativo di fissare un’agenda comune, ma con differenze sostanziali tra i principali attori globali su cosa significhi, concretamente, “governare” l’intelligenza artificiale.
Le critiche di Amnesty International
Non sono mancate le critiche delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International ha dichiarato che l’AI Impact Summit “non è riuscito a contenere le pratiche distruttive di governi e aziende tecnologiche”, sottolineando come la New Delhi Declaration resti un documento non vincolante privo di meccanismi di enforcement.
Secondo Amnesty, senza obblighi giuridici chiari, l’espansione globale dell’intelligenza artificiale rischia di amplificare fenomeni già in atto: sorveglianza di massa, repressione del dissenso, discriminazione algoritmica e precarizzazione del lavoro. L’organizzazione ha chiesto che qualsiasi framework globale sull’AI includa tutele concrete e verificabili per i diritti umani, invece di limitarsi a impegni volontari.
Cosa significa per l’Europa e le aziende italiane
Per le aziende italiane ed europee, il summit di Nuova Delhi manda segnali contrastanti ma inequivocabili.
Da un lato, la corsa agli investimenti in infrastrutture AI si sta concentrando soprattutto su USA e India, il che rischia di allargare il divario competitivo con l’Europa, già penalizzata da regole più stringenti come l’AI Act europeo. Dall’altro, il framework della New Delhi Declaration, con il suo accento su AI affidabile, sovranità dei dati e uso equo, è più allineato ai valori europei di quanto non lo sia la postura americana di deregolamentazione totale.
Sul piano pratico, i segnali più rilevanti sono due. Primo, le partnership tra big tech e conglomerati locali (come OpenAI-AMD-Tata) disegnano un modello di “AI localizzata” che potrebbe ispirare approcci simili in Europa. Secondo, gli investimenti in data center alimentati da rinnovabili annunciati da Adani suggeriscono che sostenibilità e AI non sono incompatibili, un tema su cui l’Europa ha ancora spazio per guidare.
Per chi si occupa di agenti AI o di normativa AI, il messaggio è chiaro: la governance dell’AI è diventata una questione geopolitica di primo piano, e le scelte che si fanno oggi sui modelli, le infrastrutture e i fornitori avranno implicazioni strategiche nei prossimi anni.
Cosa aspettarsi
L’India AI Impact Summit 2026 ha segnato un momento di discontinuità nella storia della governance dell’AI: per la prima volta, il Global South ha convocato il mondo e buona parte del mondo ha risposto. La New Delhi Declaration, con le sue 88 firme, è più un punto di partenza che un accordo vincolante, ma fissa un’agenda e crea pressione diplomatica.
Nei prossimi mesi si vedrà se gli impegni di investimento si tradurranno in infrastrutture reali, se la Charter for the Democratic Diffusion of AI produrrà risultati concreti.
Dalla governance globale alla responsabilità locale
Se il summit di Nuova Delhi ha mostrato quanto la governance dell’AI sia ormai una questione geopolitica, per le aziende europee il tema è ancora più concreto: operare nel rispetto di normative stringenti come GDPR e AI Act non è un’opzione, ma una responsabilità strategica.
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Fonti:
- All the important news from the ongoing India AI Impact Summit, TECHCRUNCH, 22 FEBBRAIO 2026
- World Leaders Near Declaration on AI, Indian Government Says, TIME, 21 FEBBRAIO 2026
- AI Impact Summit 2026: 88 Nations Endorse New Delhi Declaration on Global AI Cooperation, THE ORGANISER, 21 FEBBRAIO 2026
- AI Impact Summit 2026 Concludes with Adoption of New Delhi Declaration, MINISTRY OF EXTERNAL AFFAIRS INDIA, 21 FEBBRAIO 2026
- AI Impact Summit failed to rein in destructive practices, AMNESTY INTERNATIONAL, FEBBRAIO 2026



